Gianni Romoli

Questa volta sono andato alla ricerca estrema di un personaggio tra quelli meno reclamizzati  nel  panorama del  cinema di genere  a  noi  più caro;  sto  parlando  dello sceneggiatore  “Gianni Romoli” autore  d’importanti  films  Horror  italiani come: “La Setta”,  “Trauma”  e  “Dellamorte  Dellamore”.  Vi  lascio  all’intervista  esclusiva:

F. Lussu: Quando e come si è avvicinato al campo dell'Horror "made in Italy"?

G. Romoli:  Sono sempre stato sin da piccolo un 'divoratore' di film e il cinema è sempre stato per me il luogo in cui 'vivere' una vita parallela che mi permettesse di esprimere tutte le emozioni senza le paure che un confronto con il mondo 'reale' mi suscitava. Cinema come rifugio, come esperienza totale, quasi un mondo 'parallelo'. I film non li 'vedevo', li 'abitavo'. E ancora lo faccio. Con il pericolo spesso di perdere un pò di senso critico. I film mi piacciono quasi tutti, nel senso che non mi pongo limiti: in ogni film trovo sempre qualcosa che mi intriga, mi interessa, mi provoca un brivido. L'Horror è sempre stato uno dei miei generi preferiti. L'Horror italiano, come spettatore, l'ho scoperto con i film di Dario. Il mio preferito in assoluto è SUSPIRIA. Ed è anche quello che ad ulteriori visioni invecchia meglio. Anche PROFONDO ROSSO è intoccabile, però visto oggi cade un pò nelle 'scenette' da commedia sofisticata un pò imbarazzata tra il protagonista e Daria Nicolodi. Negli anni '70, quando avevo un piccolo (ma allora molto famoso) cineclub a Roma - L'Occhio l'Orecchio e la Bocca - fui il primo in Italia a fare brevi rassegne su autori come Mario Bava, Freda, Margheriti presentando il loro cinema non come una curiosità di serie B, ma come cinema di autori tout court. Ho avuto anche la fortuna di conoscere Bava e Freda di persona (li intervistai).

F. Lussu: Il nostro sito parla principalmente della cosiddetta area argentiana; la sua prima collaborazione in tal senso risale al ‘91 con LA SETTA diretto da M. Soavi e prodotto da Argento; il soggetto prende spunto da un fatto realmente vissuto da Dario in America (il santone che cammina all'inizio del film); cosa ha aggiunto di suo poi, insieme allo stesso Soavi, per la stesura finale?

G. Romoli:  Ho conosciuto Dario Argento tramite Vittorio Cecchi Gori. Avevo scritto delle commedie di Sergio Corbucci per i Gori che avevano sotto contratto Carlo Verdone e suo fratello Luca (ambedue appassionati di horror). I Gori mi chiesero di scrivere un piccolo film horror che doveva essere diretto da Luca Verdone (allora esperto documentarista). Lavorai con Luca per lungo tempo intorno ad una storia che si intitolava KATACUMBA: un horror su una setta satanica che aveva le sue radici nell'antica Roma. Quando finimmo la sceneggiatura Vittorio affermò che per produrre il film non bastavano i nostri nomi, era necessario un appoggio esterno di prestigio. E così chiamò Dario offrendogli di produrre il film che nel frattempo lui stesso aveva ribattezzato LA SETTA. Dario lesse la sceneggiatura e gli fece schifo. Io mi dissi: ok, è andata male! Invece mi richiamò per assicurarmi che avrebbe lo stesso lavorato sul film a due condizioni: sostituire Luca Verdone con Michele Soavi e, pur mantenendo il titolo, scrivere da capo tutto. Perché non credo che avesse nulla contro Luca Verdone nè contro il nostro copione. Era un problema psicologico: Dario vuole giustamente essere 'autore' di tutto quello che fa e quindi non avrebbe mai accettato imposizioni dai Gori. Michele era già il suo discepolo preferito e la storia, qualsiasi storia, doveva nascere prima nella sua testa e poi essere rielaborata da altri. Per fortuna non pretese di sostituire anche me con i suoi collaboratori di allora (Sacchetti, Ferrini). Perché Evidentemente quello che aveva letto gli era piaciuto e poi io avevo una certa fama nell'ambiente alternativo romano sia perché Dario era venuto spesso nel mio cineclub (quando doveva fare Suspiria, gli avevo proiettato per ben due volte una rarissima copia 35mm. che avevo solo io di SCARPETTE ROSSE di Powell), sia perchè ero stato uno degli inventori di MASSENZIO, la famosa rassegna di film che aveva avuto grande successo nell'Estate Romana.

Ci mettemmo al lavoro in tre. Dario è autore soprattutto del prologo, la scena della strage dei motociclisti negli anni '70. La scrisse di suo pugno. Poi aveva avuto l'idea vaga di un Vecchio che si aggira e si fa ospitare da una donna sconosciuta. Il resto è roba mia e di Michele. Anche se Dario metteva bocca su tutto. A livello di scrittura il film - tranne l'inizio - è tutto mio. La scena in metropolitana con il 'furto' del cuore è una citazione di MANO PERICOLOSA di Samuel Fuller e un pò tutto il film è molto citazionista (è anche un suo limite). Sulla carta era molto 'gore', è stato attenuato perché non ci si poteva permettere il divieto ai 18 anni. Il finale con il sacrificio di Miriam che, nel dilemma se uccidere o no il bambino diabolico, si butta insieme con lui nel fuoco ha anticipato in modo clamoroso il finale del terzo Alien. Ma credo che il film sia bello e affascinante soprattutto per la regia di Michele e la splendida fotografia di Mertes. 

F. Lussu: Nel 92' ha partecipato alla trama nell'unico film da regista di Dario Argento "TRAUMA", insieme allo scrittore americano Ted, Klein e Franco Ferrini; ecco come può essere suddivisa, a parte Argento, la sceneggiatura di questo film, da molti ribattezzato il PROFONDO ROSSO "americano" ?

G. Romoli: Dopo LA SETTA, Dario - contento della mia dedizione al lavoro - mi propose di scrivere insieme con lui e a Ferrini il suo prossimo film che sarebbe stato il suo primo interamente americano (a parte l'episodio di DUE OCCHI DIABOLICI, che però era stato un flop). Sapevamo anche che la protagonista sarebbe stata Asia. Fu un lungo lavoro, con fasi alterne. Ci vedevamo spesso a casa mia e ogni giorno un pò della storia prendeva forma. Dario voleva ritornare al 'giallo' e quindi decidemmo di fare una specie di rilettura omaggio a PROFONDO ROSSO. All'inizio il film era intitolato L'ENIGMA DI AURA e la storia nacque pagina per pagina, scena per scena, attraverso uno stretto contatto tra tutti e tre. Dario era meticolosissimo: ci fece scrivere un film molto realistico arrivando addirittura a farci pervenire la mappa di Boston (il film fu poi girato a Pittsburg) e ogni scena aveva addirittura l'indirizzo di dove si svolgeva. Io e Ferrini, sotto la guida attenta di Dario, scrivemmo molto più di un soggetto. Alla fine c'era un vero e proprio trattamento con tutte le scene del film, tutti i personaggi e anche molti dialoghi. Al momento di passare alla sceneggiatura Dario ci informò che sarebbe stato aggiunto uno sceneggiatore americano. Partì per l'America e non ne sapemmo più niente per molto tempo. Dopo mesi (in cui il film a momenti era sicuro, a momenti invece era stato annullato), venimmo a sapere che la sceneggiatura se l'era scritta da solo l'americano (e ci rimanemmo male). Ovviamente di nostro è rimasto moltissimo e a nostro favore posso dire che l'originale (cioè quelle 100 pagine di trattamento) era molto, ma molto più duro. Il film - che peraltro a me piace - soffrì credo di molti condizionamenti. Intanto gli americani ammorbidirono molto e poi Dario si mise in testa che anche per l'Italia voleva che il film fosse il suo primo film NON VIETATO a nessuno, perché la sua forza non era tanto nel 'gore' quanto nella trama. Così anche le sue famose senquenze di delitti vennero, credo, in montaggio molto attenuate.

F. Lussu: Qual'è l'importanza della collaborazione di Tilde Corsi nel suo lavoro?

G. Romoli: Tilde Corsi la conobbi negli anni '70 perché allora era la moglie di un mio caro amico MANUEL DE SICA, grande appassionato di horror. Lui mi aveva contattato perché aveva letto alcuni telefilm horror che avevo scritto per Giannini (cose mai realizzate) e gli erano piaciuti moltissimo. Ci frequentammo e diventammo amici, anche se non intimi. Anni dopo, quando lavoravo ai vari FANTAGHIRO' di Lamberto Bava, incontrai di nuovo Tilde che nel frattempo si era amichevolmente separata da Manuel e stava lavorando alla Fininvest come produttrice interna. Io avevo già fatto LA SETTA con Michele Soavi, che conosceva Tilde perché andava a giocare con lei a tennis. Fu lei ad avere l'idea di fare DELLAMORTE DELLAMORE, perché il figlio allora quattordicenne aveva portato il libro di Sclavi nella biblioteca scolastica, provocando le ire di alcuni genitori. Tilde era stata convocata dalla preside che l'aveva rimproverata. Da qui la curiosità di Tilde per quel libro. Lo lesse e subito pensò: questo è un film. Ma nessuno voleva produrlo. Allora lei si decise al grande passo: lasciò la Fininvest e propose a me e Michele di produrre insieme il film. Da allora io ho sempre lavorato con Tilde e abbiamo già fatto sei film (un Soavi, un Ferreri, due Amos Gitai, due Ozpetek). Mi trovo molto bene con lei perché ci fidiamo ciecamente l'uno dell'altra e all'interno della produzione abbiamo ruoli diversi - lei è più tecnica, organizzativa, è più 'produttore' di me - io sono più 'consulente artistico'. Ma lei è comunque la prima lettrice di ogni soggetto e ogni sceneggiatura e i suoi consigli sono sempre acuti e precisi. Siamo tutti e due abbastanza 'mitomani' da voler fare film belli e necessari anche se spesso difficili e nello stesso tempo siamo entrambi prudenti e con i piedi per terra.

F. Lussu: DELLAMORTE DELLAMORE di Soavi sembra proprio che sia stato il film che le ha dato maggiori soddisfazioni nel campo dell'Horror; ci racconti come ha sviluppato il racconto di Tiziano Sclavi (un quasi fratello gemello di Dylan Dog..) e qualche aneddoto sulle riprese; per esempio perché sono stati utilizzati due cimiteri diversi?

G. Romoli: Quando io e Michele abbiamo letto il libro di Sclavi, su suggerimento di Tilde, ci prese un colpo. Come fare un film da un libro che non aveva una TRAMA e soprattutto era una serie di capitoli ognuno chiuso in sé e senza collegamenti uno con l'altro? Era un’impresa. Io ero già un lettore di Dylan Dog (avevo tutti i numeri e ancora lo compro, anche se lo leggo meno). Tentammo di spostarci dal libro a Dylan, ma i diritti del fumetto Sclavi li aveva promessi ad un suo caro amico, Alberto Negrin, che per anni ha cercato di fare il film senza riuscirci. Allora ritornammo al libro, ne comprammo i diritti e ci mettemmo al lavoro. Ho scritto la sceneggiatura da solo in un lungo agosto, chiuso in casa, immerso nel mondo di Sclavi fino al collo. Feci un riassunto dettagliato di ogni capitolo, facendo uno schema preciso di ogni avvenimento importante e di ogni battuta di dialogo da 'recuperare'. Così che alla fine avevo una specie di 'spremuta' del libro, un vademecum di tutto il mondo di Sclavi che potevo rielaborare a modo mio (anche alla luce di una attenta rilettura dei fumetti). Misi via il libro e scrissi compulsivamente per una ventina di giorni, mischiando situazioni e battute del libro con situazioni e battute inventate da me ma di stampo tipicamente sclaviano. Ero diventato un clone di Sclavi, cui mi univano molte cose: passione e conoscenza del genere, gusto citazionista, ironia cinica ma dolce, distacco dal mondo esterno, predisposizione nevrotica alla clausura. Dopo sottoposi la sceneggiatura a Tilde e soprattutto a Michele che intervenne con idee e aggiunte e spostamenti. Scrissi altre versioni della sceneggiatura (una anche completamente diversa, ricavando una vera e propria trama gialla per scoprire chi ha ucciso chi, ma era banale). Il problema più grosso era il finale che prevedeva un ritorno di Dellamorte e Gnaghi al cimitero dopo essersi trovati sul dirupo dell'autostrada. Trovavano un nuovo guardiano che tentava di ucciderli e loro erano salvati dai morti viventi che resuscitavano per aiutarli con una scenona da film d'azione che per fortuna non abbiamo mai fatto perché sarebbe stata banale. Le riprese si svolsero d'autunno in due cimiteri (uno per le scene di giorno, soprattutto quelle iniziali) l'altro (che era sconsacrato e fu 'bonificato' da noi togliendo tutti i resti dei cadaveri e poi rimettendoli a film finito) per le scene di notte e quelle di giorno verso la fine. Il secondo cimitero fu anche rielaborato scenograficamente da Antonello Geleng (che per il suo lavoro vinse il Nastro d'argento e il David). Rupert Everett (che non sapeva di essere stato l'ispirazione visiva per Dylan Dog) accettò subito il film sulla sceneggiatura, capì immediatamente che era un film strano, anomalo, diverso da tutti gli altri horror. La lavorazione fu faticosissima: piogge continue, fango, quasi tutto di notte. Avevamo pochi soldi e andammo fuori budget, anche perché Michele era un maniaco e non riusciva a rinunciare a quasi tutto quello che voleva. Inoltre volevamo che le notti fossero NERE  e non BLU come ormai per via della televisione erano tutte le notti degli horror americani dell'epoca. E il nero richiedeva al direttore della fotografia (il bravissimo Marchetti) un tempo esagerato di preparazione. Quando finimmo il film e liquidammo la troupe non avevamo ancora trovato il finale e quindi il film andò al montaggio senza che ancora sapessimo come finirlo. Avevamo girato fino a quando Dellamorte partiva con Gnaghi, abbandonando il Cimitero. Molti sostenevano che il film poteva finire lì. Io non ci stavo: secondo me dovevamo trovare un finale più spettacolare, ma ogni volta che ne scrivevo uno, diventava banale e così alla fine venne l'idea di concentrarci sul rapporto tra Gnaghi e Dellamorte e inventai lo scambio dei ruoli in bilico sul burrone. La scena finale Michele la girò in due giorni sulle montagne abbruzzesi con un pezzetto di dirupo autostradale finto, fatto da quelli degli effetti speciali.

Il film ebbe molto successo in Italia, sia di critica sia di pubblico. Lo vendemmo in tutto il mondo. Purtroppo aveva anche degli accaniti detrattori. Il dizionario di MEREGHETTI lo tratta come se fosse una delle più grandi schifezze mai fatte. Questo mi ha sempre roduto, ma non per la critica in sé. E' scocciante perché poi quando il film passa in televisione, i giornalisti televisivi - che non sanno niente -, si rifanno al Dizionario e scrivono sempre che il film non è da vedere.

Sclavi quando ha visto il film, in una proiezione privatissima a Milano, si è messo a piangere e Michele gli ha regalato la pistola - la Bodeo - usata da Rupert per il film. Nel mondo è diventato un vero e proprio CULT. Non ha avuto successo nelle sale americane, ma anni dopo nei passaggi televisivi è diventato una vera e propria 'scoperta'. Ogni tanto dall'America ci arrivano richieste di farne un REMAKE. Ci provano, ma non riescono a trarne una sceneggiatura 'all'americana', in cui tutto faccia senso. Sul DVD c'è una lunga pista sonora in cui io e Michele raccontiamo tutti i retroscena del film. 

F. Lussu: Un giudizio sincero su altri due grandi, secondo me, sceneggiatori di films horror in Italia, sto parlando di Dardano Sacchetti e Franco Ferrini.

G. Romoli: Non so dare un giudizio vero e proprio sui miei colleghi. Sacchetti non lo conosco, l'ho incrociato un paio di volte ma non ho mai lavorato con lui e non ci ho mai scambiato più di due o tre parole. Ma è alla base di tutto l'horror italiano di serie B e C (e non lo dico in senso negativo) degli anni 70 e 80. Forse ne ha fatti troppi, si è un pò 'sdato', ma è una firma imprescindibile per chiunque voglia studiare il cinema di genere in Italia. Credo che a suo modo sia un vero e proprio 'autore'.

Con Ferrini ci conosciamo da anni. Abbiamo lavorato insieme per Dario ma anche per una serie televisiva di Perelli 'RACKET' con Michele Placido. Una derivazione della PIOVRA, ma molto più dura e sanguinosa.

Ha una memoria prodigiosa: si ricorda nomi e dettagli di film e romanzi, è un’enciclopedia vivente. Scrittore metodico, razionale, fantasioso, grande conoscitore del genere e del cinema in generale. Mi dispiace che non abbia continuato a fare il regista dopo l'interessante debutto con CARAMELLE DA UNO SCONOSCIUTO, film forse non completamente riuscito ma molto interessante, con un cast femminile da brivido e sicuramente da cult per gli anni a venire. Per Dario è un collaboratore imprescindibile, paziente e rigoroso.

F. Lussu: Ultima domanda che faccio sempre di rito ai miei intervistati; cosa sta preparando ora e i progetti futuri.

G. Romoli: Ormai scrivo solo film che produco, non mi è più capitato di scrivere film prodotti da altri. In questo momento preciso - aprile 2002 - sto scrivendo il prossimo film di Ferzan Ozpetek, dopo il successo clamoroso che abbiamo avuto con LE FATE IGNORANTI. Pensiamo di girarlo a Settembre per uscire nelle sale a Marzo 2003. Il titolo ancora non c'è. Quest’estate, mentre prepareremo il film di Ozpetek, mi dedicherò ad altri due progetti (non so ancora in che ordine, forse mischiandoli un pò). Quello che mi sta più a cuore è un horror intitolato per ora IL DEMONE MERIDIANO, tutto ambientato a Sabaudia fuori stagione con una protagonista americana (non so chi, ma il personaggio è una scrittrice americana). La regia? Dovrebbe essere mia se ne avrò voglia, tempo e talento. E l'altro è un film quasi kolossal, un fantasy, che dovrei scrivere per Michele Soavi. Un film europeo a grosso budget molto spettacolare, genere avventura fantastica, in costume, non horror ma con molti spunti horror. Titolo, ancora top-secret, perché è il REMAKE di un famoso film italiano degli anni '40. Vediamo se indovinate! 

Un grazie  per la cortese disponibilità a nome di tutto il sito di Witchstory, che spero continuerà a visitare.

                                                                                                                         A cura di Francesco Lussu e Marina Sulpizi  

      FILMOGRAFIA HORROR:

-         “La Setta” di Michele Soavi (1991)

-         “Trauma” di Dario Argento (1992)

-         “Dellamorte Dellamorte” di Michele Soavi (1994)